Mi capitò, qualche anno fa, di riuscire a prendermi del tempo per andare a trovare un paio di amici che abitavano lontano da me. Circa un’ora di macchina, non di più. Considero questi momenti come speciali perché più passano gli anni, più arrivano nuove esperienze nella tua vita, più arrivano nuove opportunità nella tua strada e più si rischia di avere sempre meno tempo per le persone. Anche per quelle che ami. Così andai: il viaggio fu bellissimo. Ho amato ogni momento di quel mio essere alla guida di qualcosa; in quel caso, la macchina. 

Non mi capitava spesso nella vita, di riuscire a guidare qualcosa o qualcuno. Forse è per questo che mi piace guidare? Andare in macchina, tutto sommato, non è che mi piaccia così tanto. Però guidare sì, moltissimo. Probabilmente guidare mi piace perché mi dà l’opportunità di sentirmi capace di fare qualcosa di complesso ma senza troppa difficoltà. È difficile spiegare il perché io mi senta bene alla guida di una macchina: posso descrivere però le emozioni dei piccoli gesti che la compongono. Guidare non è quello che ti insegnano a scuola quando devi prendere la patente. Se fosse quello, sarebbe come dire che andare in bicicletta è girarne i pedali. 

Nel guidare apprezzo innanzitutto le emozioni che provo quando mi sento in macchina, contento di essere riuscito ad arrivare lì; non è uno scherzo riuscire a prepararsi i viaggi, anche quelli più brevi, per esempio casa-lavoro. Noi lo diamo per scontato, diamo per scontato tantissime cose nella vita, tra cui anche la capacità di riuscire nelle cose semplici. Nemmeno quelle sono scontate.

Comunque, mi piace sedermi in macchina, chiudere lo sportello, inserire la chiave e darle uno scatto fino al quadro. Mi piacciono quei tre secondi di attesa nel vedere accendersi le spie e aspettare che si spengano per poi dare un ultimo giro, tenere la chiave un altro secondo e aspettare quel rumore finale. Aspettare quel momento di gloria, durato cinque secondi in totale da quando hai dato il primo giro di chiave fino a quando hai sentito il rumore del motore. Nel guidare mi piace sentire il pedale sotto di me, il pedale dell’acceleratore intendo e regolarlo in base ai giri motore. Sì, l’accelerazione non si regola sulla base della velocità, ma sulla base di giri motore: è così che si diventa dei pro.

Tante altre cose mi piacciono del guidare. Di quel viaggio verso i miei amici, comunque, ho amato la libertà di poter guidare serenamente e con coscienza del fatto che ne ero in grado, che sarei stato capace di affrontare le difficoltà, gli imprevisti; che sarei stato capace di poter accompagnare anche qualcuno, cioè quei miei amici, di farli salire sulla mia macchina e di poterli portare un po’ con me, serenamente, senza problemi o fatiche.

Quando arrivai, scoprii che non c’erano solo loro ad aspettarmi. Cioè: in realtà sì, ad aspettarmi c’erano solo loro però trovai tantissime altre persone che, nel periodo dei miei 16-17 anni, hanno attraversato la mia vita in lungo il largo. Sinceramente, però, non mi aspettavo una simile accoglienza. Era dicembre, era freddo, eravamo all’esterno, in un parcheggio. Io non è che avessi troppo caldo e, quando notarono la mia espressione un po’ scontenta sul volto, subito mi dissero, loro due: “Non starai avendo freddo vero?! Sei sempre tu oppure sto parlando con un Michele di quarant’anni?”. Io avevo capito subito che il riferimento era il fatto che, mentre lui diceva quelle parole, io mi stavo chiudendo la giacca. 

Prima di rispondere, in quei due secondi che sull’orologio valgono 200 centesimi (mi sembra) ma nella testa di una persona durano due minuti, quelle parole mi riportarono alla memoria una foto che avevo in galleria. Era una foto di gruppo, quelle che di solito gli amici si fanno quando sono felici di essere insieme e di condividere quello che hanno: le risate, le cazzate, la giovinezza, una birra, un kebab. In quella foto era gennaio, eravamo appena andati a vedere una commedia in inglese con la scuola e, fuori, mentre me ne stavo accendendo una e avevo l’accendino in mano, arriva lo sveglio di turno che vuole fare un selfie. E, non mi ricordo chi, disse che i selfie ormai sono vecchi – cioè, che la moda ormai aveva a malapena tre anni, ma ormai era ‘vecchia’ – e che a quel punto è meglio una foto normale. Fumare non si poteva, me lo ricordo bene. E allora, siccome sempre quello lì, quello sveglio di turno, già aveva tirato fuori la sua macchinetta per fare quello vintage della situazione, mi sono messo la mano sinistra con la mia cicca tra le dita dietro la schiena. In quella foto avevo la giacca aperta: non era una giacca, era un cappotto. È che per me sono la stessa cosa. Quel giorno c’era 1° alle 11 di mattina e io avevo la giacca aperta.

«Ahahah, dai… eravamo stra giovani e facevamo qualsiasi cosa», risposi a quel mio amico, in quella fredda giornata di dicembre, prima di stringerlo in un forte abbraccio con qualche pacca sulla schiena annessa. 

Quel che mi stupì ancora di più, però, fu un uomo di cui proprio la mia mente aveva cancellato ogni ricordo. Cosa non strana: dimentico dopo un’ora come dopo un anno. Lui di me invece si ricordava tutto. E si potrebbe dire: vabbè, oh, non è che ci si può ricordare di qualsiasi persona. Sì, giusto: la cosa fa male però quando ti accorgi che ciò che loro si ricordano di te, tu lo avevi dimenticato di te stesso e, in aggiunta, tu non sei più minimamente quello che eri pochi anni prima. Il cambiamento è bello, sì… Quando porta dei risultati positivi. Quando porta invece negatività o risultati pessimi nella propria vita, beh… È un’opportunità per crescere ma è anche una bella sfida da affrontare.

Quell’uomo ricordava di me le mie ‘imprese’ sportive, che spaziavano dal rugby al calcio al nuoto al corpo libero… Ricordava di me quando sono stato capitano in un torneo di calcio e io, da capitano, ho guidato e motivato la squadra come un leader, ho strutturato il gioco in maniera vincente, ho sollevato il morale a tutti…ma poi ho sbagliato due rigori nella finale. Quindi, come mi succede spesso nella vita, ho fatto bene, o quasi, qualsiasi cosa nelle retrovie ma ho terribilmente sbagliato davanti a tutti passando per quello scarso. Eccheccazzo. Ma la finale comunque l’avevamo vinta! Perché la mia forza da capitano e la mia capacità di trainare positivamente una squadra avevano fatto sì che, nella preparazione e negli allenamenti, avevo risvegliato talenti nascosti; quindi gli altri miei compagni trovarono la capacità di concentrarsi, davanti a una porta, da soli col pallone col portiere, per segnare i rigori che io non sono stato in grado di portare in rete. In particolare, è stato il nostro portiere a salvare la situazione. Gli altri semplicemente non hanno sbagliato. 

Quell’uomo ricordava di me sorrisi, la gioia del mio volto quando studiavo, la mia voglia di fare, di imparare, di correre, di prendere freddo e caldo e non mi interessava, se c’erano le persone con cui stare io volevo stare con loro in nome della socialità e della bellezza di stare con le persone.

Vedersi ricordare così, non mi ha fatto bene. O meglio: mi ha fatto bene, mi ha portato un sorriso però mi ha fatto restare con il fiato sospeso. Davvero ero io quello che ha descritto? Seriamente ero tutte quelle cose positive? Ero anche più di quello sicuramente, la memoria di un uomo non è integrale. Ma mi ha fatto male perché non erano passati molti anni dall’ultima volta che l’avevo visto, forse tre? E la cosa triste è che in quei tre anni non era successo niente di così interessante nella mia vita. O meglio: io non avevo costruito niente di così interessante nella mia vita. Di cose interessanti ne erano successe, eccome. Di strade da percorrere davanti a me se ne era aperta qualcuna, anche, e avevo camminato un pochino. 

Era triste però vedere soprattutto che di quello che lui aveva citato riguardo al mio passato, al mio passato prossimo, di tutto quello non era rimasto più nulla in me. Anzi in realtà era rimasto, ma nascosto sotto la sabbia, da qualche parte; soffocato da tristezze, difficoltà, disturbi di qualsiasi tipo e molto altro. Soltanto il ricordo era rimasto, ma in realtà nemmeno quello. Degli sport che ho fatto sì, certo, mi ricordo. Di quello che ero e sono stato, però, no. Sul serio, in questi tre anni non avevo combinato nulla di buono?